Ho frequentato la Bocconi diversi anni fa e, onestamente, se potessi tornare indietro, scapperei a gambe levate. L’università si aggrappa a un prestigio di cui ormai rimangono solo le briciole, perché la mia esperienza è stata una lunga lista di “ma stiamo scherzando?”.
Partiamo dal corso in lingua inglese. Sì, in teoria era in inglese, ma i docenti italiani lo trasformavano in un esercizio di sopravvivenza linguistica. Capire cosa stessero dicendo era un’impresa: più che un triennale, sembrava un gioco di enigmistica avanzata.
La segreteria, invece, è il posto dove i sogni vanno a morire. Disorganizzazione cronica, scortesia da record e zero voglia di aiutare. E tutto questo mentre paghi cifre che potrebbero comprare una macchina nuova.
E ora, l’ambiente tra gli studenti: tossico con la T maiuscola. Qui la competizione non è stimolante, è un reality show di cattiveria gratuita. Ti giudicano dalla media come se fosse un valore morale e, giusto per aggiungere un po’ di pepe, passano appunti sbagliati per far fuori la concorrenza. Pensavo di essere in un’università, non in un episodio di Survivor.
Il gran finale? La tesi. Scelgo un relatore che sembrava promettente e, dopo un incontro, lui praticamente si autodistrugge. Mai più visto, mai più sentito. Ho dovuto scrivere una tesi sperimentale completamente da sola, senza nemmeno sapere se lui fosse vivo o morto. Alla fine ho ricevuto un voto, quindi presumo abbia letto qualcosa, ma questo non cambia il fatto che mi abbia mollata senza spiegazioni.
In sintesi: se cercate un’università che vi tratti con rispetto, vi offra qualità e vi supporti durante il percorso, la Bocconi non fa per voi. È tutto nome, apparenza e prezzi stellari, ma di sostanza c’è ben poco.